16 profughi musulmani alla catechesi. C’è anche Mamadou, che ogni notte sogna il Papa

All'udienza generale di oggi in piazza San Pietro hanno partecipato anche 16 giovani musulmani da Mali, Gambia, Nigeria, Guinea, Senegal, Niger. Studiano l'italiano a Firenze in una scuola di lingua ed intercultura per migranti e hanno voluto incontrare di nuovo Papa Francesco. Due anni fa li aveva fatti salire a sorpresa sul palco

foto SIR/Marco Calvarese

Mamadou, 19 anni viene dal Mali. E’ arrivato due anni fa con un barcone ed è musulmano. Sogna tutte le notti Papa Francesco. Oggi lo ha incontrato all’udienza in piazza San Pietro ed è riuscito a dirglielo. Il Papa ha risposto: “Prega per me, perché siamo tutti fratelli e sorelle”. Mamadou è uno dei 16 ragazzi musulmani, tutti richiedenti asilo o rifugiati, partiti da Firenze per partecipare alla catechesi del mercoledì. Fanno parte di un gruppo di studenti di lingua italiana della scuola di lingua ed intercultura per migranti “Inaltreparole”. Vengono dal Mali, dal Gambia, dalla Nigeria, dalla Guinea, dal Senegal, dal Niger. Hanno tutti in comune qualcosa: la drammaticità del viaggio attraverso il deserto, la Libia e il mare. E una data, diversa per ciascuno, che non scorderanno mai, quella dello sbarco in Italia. La salvezza, la libertà. Due anni fa, il 12 giugno 2016, durante una udienza simile, Papa Francesco aveva fatto salire a sorpresa alcuni di loro sul palco, dopo aver visto lo striscione che esponevano: “Per un futuro insieme”. Oggi sono tornati in piazza, hanno scattato selfie e sono riusciti a dirgli poche ma sufficienti parole.

“Io sono musulmano e ogni notte sogno il Papa che prega con me”,

racconta Mamadou, fuggito dal Mali, passato per la Libia e arrivato il 29 giugno 2016 in Italia con un barcone. “Mi ha detto: tu devi pregare con me perché noi siamo fratelli e sorelle”. Un altro Mamadou, suo connazionale, ha 25 anni è in Italia da 3. “E’ stato un viaggio molto duro, durato 4 mesi – dice -. In Libia sono stato due mesi in prigione. Lì ci usano come schiavi, ci fanno lavorare gratis. Fanno business con i neri e se non paghi per uscire ti mandano sul barcone”. In mare, prosegue, “ho avuto tanta paura perché era molto mosso.

Alcuni sono stati uccisi sulla barca ma noi non potevamo aiutarli perché altrimenti uccidevano anche noi.

Poi ci hanno portato in una grande barca con 2.000 persone, c’era anche gente morta, feriti e affamati”. Dallo sbarco in Calabria all’approdo alla scuola di italiano a Firenze. Ora Mamadou vuole prendere la licenza media. “Il mio sogno è diventare dottore ma temo non sia facile”. Il sogno numero due, aggiunge, “è aiutare i malati in difficoltà”. Sura, 19 anni, è partito dal Gambia a gennaio 2015 per “problemi familiari” ed è arrivato in Italia il 2 agosto 2016. “I momenti più duri sono stati in Libia – sottolinea -. E’ un Paese senza legge, i neri hanno molti problemi”. In Libia ha lavorato come domestico: “Ma non potevo rimanere lì, allora ho pagato per venire in Italia. Mi aspettavo di essere libero e ho trovato la libertà”.

Anche Sura ha un sogno enorme: “Diventare un calciatore della Roma”.

“Potrei prendere il posto di De Rossi – scherza -. De Rossi arrivo!”.

Dal Gambia e dalla Nigeria. Il viaggio di Ibrahim, 22 anni, sempre dal Gambia, è iniziato invece molto prima, nel 2013. “Ho lasciato il Gambia per salvare la mia vita, poi sono stato in Mauritania per un anno ma anche lì ero in pericolo”. E’ arrivato in Italia il 14 giugno 2015. “Il deserto è stata la parte più brutta del viaggio – ricorda -. Eravamo in 100 su un camion. Abbiamo avuto un incidente e siamo rimasti fermi lì due settimane. E’ stato molto difficile, una persona è morta cadendo dal camion”. Dopo un anno in Libia, lavorando come domestico, ha deciso di affrontare il mare quando anche il suo datore di lavoro libico è stato costretto a fuggire in Tunisia. “Mi ha consigliato di scappare, altrimenti mi avrebbero arrestato”. Ibrahim parla arabo, inglese, portoghese e altri dialetti africani. Vorrebbe concludere gli studi in scienze naturali avviati in Gambia ma la conoscenza delle lingue gli è utile per lavorare come mediatore culturale al Tribunale di Firenze. Fa inoltre servizio civile in ospedale, aiutando le persone non vedenti. M.F. è invece una giovane nigeriana di 19 anni.

“Sono stata in Libia sette mesi – racconta -. E’ un Paese molto pericoloso, soprattutto per le donne. Non c’è cibo, acqua, non c’è niente”.

E’ in Italia dal 5 ottobre 2016. L’imbarcazione su cui viaggiava è stata soccorsa prima da una nave tedesca, poi da una italiana. “In tutto 5 giorni di mare”, precisa. “Qui sono contenta perché c’è cibo, frutta, si può fare la doccia. Però la lingua per me è ancora un problema, anche se a scuola ho insegnanti molto bravi”. In Nigeria sognava di lavorare in banca. “Ora vorrei fare la cuoca perché mi piace il cibo italiano, è molto buono”.

Un desiderio realizzato. La reazione alla singolare idea di portare dei giovani migranti di religione musulmana dal Papa ha sorpreso anche chi li accompagnava. “Hanno reagito tutti con grande entusiasmo – confida suor Paola Letizia Pieraccioni, delle Suore francescane alcantarine, che ogni tanto li accolgono nel convento fiorentino -. Ci siamo vergognati del pregiudizio comune nei confronti dei musulmani  e con gioia abbiamo cercato di realizzare il loro desiderio”. E’ stata la sorella di suor Paola, Gaia Pieraccioni, direttrice del progetto “Inaltreparole” ad aver aperto la strada. “Due anni Papa Francesco li ha individuati tra la folla e li ha fatti salire sul palco perché portavano lo striscione ‘Per un futuro insieme’ – spiega -. Oggi siamo tornati ad incontrarlo, eravamo in prima fila. Gli abbiamo fatto vedere le foto di quell’udienza, non so se si è ricordato”.

“Questi ragazzi, pur essendo musulmani, sono i nostri profeti. Per un futuro insieme bisogna avere cuore e testa come loro”.

 

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