Se i rifiuti diventano una risorsa… L’Ue punta sull’economia circolare: fa bene a salute, ambiente ed economia

La sessione plenaria del Parlamento di Strasburgo mette il sigillo su una serie di norme studiate per favorire il riciclo della spazzatura e degli imballaggi e scoraggiarne il conferimento a discariche e inceneritori. Misure virtuose che necessitano però dell'impegno concreto di cittadini, enti locali, imprese e Stati membri

Preservare l’ambiente, prevenire danni alla salute umana, produrre effetti positivi su economia e lavoro. Sono obiettivi ambiziosi, a prima vista persino eccessivi, quelli assegnati al pacchetto legislativo sull’“economia circolare” al quale il Parlamento europeo pone il sigillo definitivo questa settimana a Strasburgo. Anni di progetti, discussioni, iniziative legislative, proposte ritirate e poi rilanciate, sulla riduzione dei rifiuti, per non finire soffocati da scarti, imballaggi, plastiche, vetro e cartoni mandati in discarica o inceneriti dopo il primo utilizzo. Ma finalmente il traguardo è alla portata di mano: Europarlamento e Consiglio, con la spinta della Commissione europea, chiudono, mercoledì 18 aprile, un capitolo innovativo delle politiche ambientali che obbligheranno nel giro di pochi anni a produrre meno rifiuti, a riciclarne una maggiore quantità o a smaltirli in maniera “intelligente”, con minori danni per l’uomo e la natura.

Due scopi prioritari. Il provvedimento sull’economia circolare, che comprende una serie di “leggi” comunitarie, definisce impegni giuridicamente vincolanti per il riciclaggio dei rifiuti e la riduzione dello smaltimento in discarica, stabilendo a questo riguardo un preciso calendario. Gli scopi principali – ribaditi lunedì 16 aprile nel corso del dibattito in plenaria a Strasburgo – sono sostanzialmente due: anzitutto arrivare a riciclare il 55% dei rifiuti urbani entro il 2025 (quota destinata a salire progressivamente fino al 65% entro il 2035); in secondo luogo, il riciclo del 65% dei rifiuti di imballaggi entro il 2025 (70% nel 2030). Si stabiliscono fra l’altro obiettivi diversificati a secondo dei materiali: plastica, vetro, carta e cartone, alluminio, legno. Un ulteriore pilastro è il minor ricorso alle discariche (quasi un quarto dei rifiuti vi viene attualmente conferito) e agli inceneritori (un quinto dei rifiuti è tuttora bruciato).

Paesi virtuosi e coscienze sporche. Arrivare a definire percentuali di riciclo e progressive riduzioni del conferimento in discarica o del ricorso agli inceneritori non è stato semplice. Perché si parte da situazioni molto diversificate: ci sono, ad esempio, nell’Ue Paesi virtuosi che ormai da tempo non ricorrono più alle discariche: basti citare Austria, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Svezia. Altri Stati figurano invece sulla lista nera: Croazia, Grecia, Lettonia, e le isole di Malta e Cipro, interrano tre quarti dei loro rifiuti, con tutto ciò che questo comporta sul piano ambientale, paesaggistico, dell’inquinamento dei terreni e della falda acquifera, nonché della produzione di gas nocivi (metano) alla salute umana. Anche l’Italia ha la coscienza sporca: secondo i dati forniti a Strasburgo, nel 2016 il Belpaese ha smaltito in discarica 27 milioni di tonnellate di spazzatura, ovvero un quarto dei rifiuti prodotti in sede nazionale. Non va poi trascurato che in discarica e negli inceneritori si perdono quantità infinite di materie prima e di prodotti ancora utilizzabili, che si potrebbero immettere nuovamente nei cicli produttivi.

Il modello non regge più. Ma perché si parla di “economia circolare”. Lo ha spiegato con dovizia di particolari l’eurodeputata italiana Simona Bonafè, relatrice per il Parlamento europeo del provvedimento che prevede un “piano d’azione” e 4 proposte legislative “con lo scopo di favorire la transizione verso un nuovo modello di sviluppo industriale sostenibile”. “Viviamo in un pianeta nel quale le risorse sono limitate e l’aumento della popolazione è costante. L’attuale modello di sviluppo – ha puntualizzato Bonafè –, basato sull’economia lineare ‘usa e getta’, non regge più. Non regge più economicamente, socialmente e, soprattutto, a livello ambientale”. Da qui la soluzione mediante l’economia circolare, che prevede di diminuire la produzione dei rifiuti e, infine, di smaltirli o riutilizzarli con minore impatto. Addirittura “in un’economia circolare un prodotto è pensato sin dal design e dalla scelta del materiale, per durare, essere riparato e riciclato e alla fine della sua vita, questo oggetto sarà di nuovo materia prima per un altro prodotto”. I rifiuti si trasformano; da problema da risolvere diventano “opportunità da sfruttare”.

Cambio di paradigma. In emiciclo Bonafé ha dichiarato che in questa occasione “l’Europa è stata in grado di mostrare il proprio lato positivo, di mettere insieme interessi nazionali sulla carta contrapposti, per raggiungere un grado di condivisione su obiettivi che riguardano la vita quotidiana dei cittadini e l’ambiente in cui essi vivono”. L’economia circolare “non è solamente una politica di gestione dei rifiuti ma un modo per recuperare materie prime e innovare i cicli produttivi”. Per la prima volta gli Stati membri “saranno obbligati a seguire un quadro legislativo univoco e condiviso”. Tra i punti fermi della nuova normativa figurano: “l’innalzamento dei target di riciclaggio dei rifiuti urbani e da imballaggio”; “la definizione di un limite di conferimento massimo in discarica pari al 10%”; “l’estensione degli obblighi di raccolta separata ai rifiuti organici, tessili e domestici pericolosi”. Non da ultimo, la legislazione Ue interviene sul grave fenomeno dello spreco alimentare. Secondo Bonafè “l’economia circolare è un cambio di paradigma davanti alla quale dobbiamo confrontarci tutti noi e una sfida per gli Stati membri”.

E ora bisogna vigilare… Ovviamente i problemi non mancano: occorre coinvolgere i settori produttivi e far maturare la “coscienza ambientale” delle imprese; bisogna “educare” i cittadini alla differenziazione dei rifiuti; gli enti locali dovranno fare la loro parte sul versante della raccolta e conferimento; è necessario realizzare o implementare infrastrutture adeguate per il riciclo dei rifiuti stessi. Il primo vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, responsabile per lo sviluppo sostenibile, ha seguito passo passo tali provvedimenti: “L’economia circolare – ha spiegato – prevede di trasformare i rifiuti in risorse”; si tratta di “prevenire lo spreco, di puntare a riutilizzo e riciclo”. In questo modo “si creano crescita e posti di lavoro”, “proteggendo al contempo la salute dei cittadini e l’ambiente in cui viviamo”. Poi, lucido e concreto, Timmermans aggiunge: “Si tratta ora di seguire il pacchetto legislativo”, perché sia recepito dagli Stati membri, “effettivamente applicato”, vigilando su ritardi, errori e mancate applicazioni. Il lavoro è ancora lungo: le norme sull’economia circolare sono un buon punto di partenza, non certo un traguardo.

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