Balcani, mano tesa dall’Europa. “Promosse” Albania e Macedonia, la Turchia torna in freezer

Prosegue il cammino della regione balcanica verso la futura adesione alla "casa comune". I tempi sono lunghi, ma le riforme - in campo politico, sociale ed economico - richieste da Bruxelles vanno intese come un contributo al progresso nazionale. L'Esecutivo, per voce di Johannes Hahn e Federica Mogherini, esprime soddisfazione per alcuni miglioramenti in atto soprattutto a Tirana, Belgrado e Skopje. Problemi maggiori per Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Risultati positivi riscontrati in Montenegro

Via libera ai negoziati per Macedonia e Albania; Turchia – per ora – in freezer. La notizia arriva dal pacchetto sull’allargamento della Commissione europea, che conferma un’attenzione prioritaria di Bruxelles verso i Balcani occidentali e una prudenza accresciuta nei riguardi di Ankara. “Un passo importante per l’intera regione”, afferma riferendosi ai Balcani l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini, “ma il lavoro sulle riforme deve continuare”. Ora manca solo l’approvazione da parte dei 28 Stati membri durante il prossimo Consiglio europeo di fine giugno e le trattative per una futura adesione potranno prendere avvio con Tirana e Skopje. L’intenzione della Commissione europea infatti è di incoraggiare i Paesi balcanici ma senza nessun compromesso sui criteri da rispettare. “Non ci saranno delle scorciatoie sul cammino europeo”, avverte Johannes Hahn, commissario per la politica di vicinato e i negoziati di allargamento, perché “le riforme non sono per Bruxelles… ma a beneficio di tutta la regione come anche per l’intera Europa”. Europa che comunque deve ancora decidere al suo interno quando potrà essere “pronta” per accogliere i nuovi membri. Temi che torneranno in discussione il prossimo 17 maggio durante il Summit sui Balcani occidentali organizzato dall’Ue a Sofia, quando attorno allo stesso tavolo siederanno i 28 con i rappresentanti dei 6 Stati della regione.

Focus su politica ed economia. Per ora i front runner sono Montenegro, che ha aperto 30 capitoli dei negoziati, e Serbia, la quale ha iniziato i negoziati nel 2014. Ad essi, stando al rapporto diffuso martedì 17 aprile dalla Commissione, si aggiungeranno Macedonia e Albania, mentre all’inizio del cammino rimangono Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Ognuno dei sei Paesi balcanici è valutato individualmente secondo i criteri prestabiliti dalla Ue (economici e politici) e in base ai risultati raggiunti. Per la prima volta insieme al Pacchetto la Commissione pubblica le sue valutazioni annuali per le riforme economiche nella regione: una economia pienamente funzionante è ritenuta infatti essenziale per proseguire nel cammino verso l’Ue anche perché nella regione la corruzione dilaga – a danno dei diritti dei cittadini e della libera concorrenza – e la disoccupazione è molto alta. A tutti i Paesi balcanici viene raccomandato di assegnare priorità alle riforme negli ambiti principali quali lo stato di diritto, i diritti umani, le istituzioni democratiche e la riforma nella pubblica amministrazione, come anche nei settori dello sviluppo economico e della competitività. Tutte aree in cui si notano rilevanti carenze e una abissale distanza tra gli standard balcanici e quelli del resto dell’Unione europea.

Montenegro, Paese modello. Il piccolo Montenegro ha fatto, secondo il rapporto dell’Esecutivo Ue, diversi progressi ma il palcoscenico politico rimane “frammentato” e “polarizzato”. Nel rapporto si nota la necessità di una riforma elettorale, rimangono senza frutto le indagini su vari casi di violenza contro giornalisti e la libertà di stampa, mentre destano preoccupazione i casi recenti di interferenza politica nella radiotelevisione statale e nell’Agenzia per i media elettronici. Insomma, il Paese è in marcia, ma il percorso da compiere è ancora lungo.

Strasburgo, 17 aprile: i commissari Hahn e Mogherini

Serbia, il nodo-Pristina. Riguardo le elezioni presidenziali svoltesi nell’aprile del 2017, nelle quali era stato eletto il presidente Alexander Vucic, si afferma che diversi fattori hanno cercato di “indirizzare la scelta” dei votanti nonostante ci fossero diversi candidati. Inoltre il parlamento non esercita un controllo efficace sul governo. Una preoccupazione esplicita si concentra sul peso della politica che va ad influenzare il sistema giudiziario, come anche la corruzione. Bruxelles valuta che Belgrado sta continuando il dialogo con il Kosovo, punto fondamentale nei negoziati, ma sono necessari ulteriori sforzi per raggiungere la piena normalizzazione con Pristina.

Albania, riformare la giustizia. Per l’Albania il cammino europeo è legato ai progressi nel campo cruciale dello stato di diritto (situazione di giudici e pubblici ministeri), dove occorrono risultati “concreti e tangibili”. Per aiutare questo processo di riforma, la Commissione applicherà un approccio rafforzato nei capitoli dei negoziati sul sistema giudiziario e i diritti fondamentali. E mentre a Tirana “la situazione politica rimane fortemente polarizzata”, vengono rilevati passi importanti per risolvere i problemi bilaterali con la Grecia. Nel rapporto Ue viene sottolineato l’alto numero di richieste di asilo da parte di albanesi nei Paesi Ue.

Macedonia, nome che divide. Finalmente superata la crisi politica, la Macedonia (Fyrom, Former Yugoslav Republic of Macedonia, ovvero Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia) “ha compiuto grandi passi in avanti” con il nuovo governo riformista. Rimane però il problema del nome, che deve essere “urgentemente risolto” dopo il dialogo intrapreso tra Skopje e Atene che ancora nel 2009 ha impedito alla Macedonia di iniziare i negoziati (la Grecia rivendica per la propria regione settentrionale l’esclusiva del nome Macedonia). Segno di questi progressi è stato il cambio del nome dell’aeroporto di Skopje e dell’autostrada, dedicati ad Alessandro Magno. Inoltre, la Commissione chiede a Skopje di occuparsi con priorità di riforme urgenti in vari ambiti della pubblica amministrazione e dell’economia.

Bosnia-Erzegovina, pace da costruire. Il rapporto sulla Bosnia-Erzegovina afferma che è necessario un urgente “cambiamento nella legislazione elettorale” in vista delle elezioni ad ottobre, per il quale i leader politici dovranno cercare un compromesso. Si nota anche come le diverse posizioni politiche dei membri serbo, croato e bosniaco della presidenza del Paese hanno avuto ripercussioni sullo funzionamento delle istituzioni. Comunque, per Sarajevo sono necessarie ancora “molte riforme” perché il Paese è lontano da una vera pacificazione nazionale, mentre le comunità restano divise e manca una vera identità nazionale e una unità istituzionale.

Kosovo, riforme al palo. In una fase germinale delle riforme si trova anche il Kosovo, soprattutto per quanto attiene i progressi del sistema giudiziario, la lotta contro la criminalità e la corruzione, l’allinearsi agli standard europei. Anche qui la situazione politica è frammentata e il nuovo parlamento fa fatica a portare avanti le riforme necessarie. Segno positivo invece è stata la ratifica del trattato per il confine con il Montenegro. Nel rapporto è citata la recente uccisione del leader dei serbi kosovari Oliver Ivanovic, un caso ancora irrisolto. Per i rapporti con la Serbia è riportata la stessa raccomandazione fatta a Belgrado: per la piena normalizzazione “sono necessari sforzi ulteriori”.

Turchia, Ankara si allontana. Se per i sei Paesi balcanici la Commissione vede progressi – assieme a indubbi ritardi – nelle riforme e nel cammino verso una futura adesione (che comunque non avverrà prima del 2025, come annunciato più volte dal presidente Jean-Claude Juncker), il discorso cambia per la Turchia. La politica interna e il posizionamento internazionale del governo di Recep Tayyp Erdogan allontanano il Paese euroasiatico dall’Unione. Stato di salute della democrazia, rispetto dei diritti fondamentali, tutela delle donne, rispetto delle minoranze, libertà religiosa, rapporto con i Paesi vicini: tutti ambiti sui quali la Turchia ha fatto dei passi indietro, rilevati per iscritto nel rapporto della Commissione (e nelle convinzioni e voci che circolano nei corridoi di Bruxelles…). In sostanza non ci si fida di Ankara e i negoziati sono congelati. Il commissario Johannes Hahn ha rilevato che la Turchia “ha compiuto enormi passi di allontanamento dall’Unione” e, pur rimanendo “un partner chiave e strategico”, deve “cambiare direzione”. Federica Mogherini, pur ribadendo che “la Turchia è Europa”, afferma che al momento non sussistono le condizioni per procedere nei dossier verso l’adesione, mentre continuerà la stretta collaborazione in vari settori, dalla sicurezza e difesa alle migrazioni fino alle relazioni economiche.

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