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Balcani. Mons. Ladislav Nemet: “Non dimenticateci! Siate aperti e rispettate le nostre tradizioni”

Visita del presidente della Conferenza episcopale internazionale Santi Cirillo e Metodio alla Commissione europea e al Servizio europeo per l’azione esterna, per uno scambio di vedute sull’avviato processo d’integrazione dei Paesi dell’Europa sudorientale e sul ruolo delle Chiese. Accompagnato dai membri della Comece, il vescovo ha caldeggiato questo processo che trova, comunque, l’appoggio dell’attuale presidenza bulgara e della presidenza austriaca dell’Ue, che comincerà il 1° luglio 2018. “È vero: l’Ue è una realtà sicuramente non perfetta, ma è migliore di altre realtà che possono prendere il suo posto”

(Foto: Comece)

“Non dimenticateci, siate aperti ai nostri paesi e rispettate le nostre religioni, le nostre tradizioni, la nostra cultura”. È questo il “messaggio” che monsignor Ladislav Nemet, presidente della Conferenza episcopale internazionale Santi Cirillo e Metodio, lascia all’Unione europea, prima di ripartire per la Serbia dove è vescovo di Zrenjanin (Serbia) e dopo aver trascorso tre giorni a Bruxelles. Insieme alla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), mons. Nemet ha incontrato rappresentanti della Commissione europea e del Servizio europeo per l’azione esterna per uno scambio di vedute sull’avviato processo d’integrazione europea di questa regione dell’Europa sudorientale e sul ruolo delle Chiese. Si fanno infatti sempre più positive le prospettive di un’integrazione dei Balcani occidentali nell’Ue e anche il recente vertice di Sofia ha ulteriormente aperto le porte. È inoltre una delle priorità dell’attuale presidenza bulgara e della presidenza austriaca dell’Ue, che comincerà il 1° luglio 2018. Per questo il presidente di una Conferenza episcopale che raggruppa i vescovi di Serbia, Montenegro, Kosovo e Macedonia, è voluto andare a Bruxelles per esplorare sul posto lo stato delle negoziazioni e “le misure che sarebbe necessario attuare, sia da parte dell’Ue, che dei Paesi balcanici”.

Mons. Nemet, che impressione ha avuto dai colloqui a Bruxelles?
La prima impressione è positiva. Ho avuto vari incontri con rappresentanti della Commissione europea con i quali abbiamo potuto confrontarci sulla possibilità d’integrazione dei Paesi dei Balcani nella Unione. È stato incoraggiante sentire che c’è un interesse e un atteggiamento di apertura. Certo, si tratta di un processo che richiederà tempo. E se i rappresentanti di questi sei Paesi – Bosnia Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Albania e Serbia – devono fare tutto ciò che è nelle loro responsabilità per consentire a questo processo di arrivare a buon fine, da parte europea è bello sentire che le porte non sono chiuse.

La mia sensazione è che l’Unione europea ha intenzione di aiutarci e che noi dobbiamo fare la nostra parte.

Perché ora?
Se parliamo della comune famiglia delle nazioni europee, non possiamo non coinvolgere in questa comunità anche i Paesi dell’area balcanica. Questa è una prima ragione. L’interesse di questi Paesi verso l’Ue sta aumentando ultimamente perché – ed è questa la seconda ragione – l’Unione non è presente dappertutto e in Europa, ci sono altre aree di influenza. In questo senso,

l’integrazione di questi Paesi nell’Ue può garantire una più grande stabilità in questa Regione.

Regione che negli ultimi decenni, ha conosciuto diversi problemi e diverse pressioni. Se l’Unione europea riesce a portare a termine questo processo d’integrazione, favorisce in questa area una maggiore stabilità dal punto di vista politico, economico e religioso.

I Paesi balcanici spingono per entrare nell’Ue in un momento storico in cui i Paesi dell’Europa occidentale sono attraversati da nazionalismi e partiti politici che invocano la fuoriuscita dei loro Paesi dalla zona Euro. Non le sembra strano?
Certo, ogni Paese ha un suo rapporto con l’Ue e parte da una prospettiva diversa. Se storicamente alcuni Paesi, come l’Italia, sono stati fondatori del processo di unione europea, nel corso della storia, le persone cambiano, le opinioni evolvono, le situazioni si trasformano. In alcuni Paesi, l’appartenenza oggi all’Unione europea è vissuta molto diversamente rispetto a 40 anni fa. Ma non è detto che sia così per tutti. Soprattutto per i Paesi che non sono attualmente nell’Ue.

Far parte di questa Unione, è sempre meglio che non farne parte. Perché esserne fuori , significa che altri attori possono prendere il posto dell’Ue. Ed è ciò che può succedere nei Balcani. È vero, l’Unione europea è una realtà sicuramente non perfetta ma è comunque migliore di altre realtà che possono prendere il suo posto.

Cosa rappresenta l’Ue per i cittadini dei Paesi balcanici?
Rappresenta uno standard di vita migliore, occupazione, sicurezza, minore corruzione, migliore educazione per i nostri giovani, un più facile accesso alla giustizia.

E per le Chiese? Non avete paura che la secolarizzazione possa entrare anche nei vostri Paesi?
C’è, in effetti, in alcuni ambienti un certo timore. D’altra parte nella comunità europea, la relazione degli Stati con i gruppi religiosi e le Chiese è ben organizzato, e questo garantisce una maggiore sicurezza per tutti e un maggiore controllo non solo a livello locale ma sulla base di leggi e regole internazionali. In questo modo, la libertà religiosa non dipende dalla buona volontà del politico di turno o dall’interesse nazionale ma viene rispettata nello stesso modo e in base agli stessi parametri con cui viene approcciata dappertutto in Unione europea.

La questione sul nome della Macedonia ha rivelato quanto sia difficile trovare accordi e quanto sia ancora pesante il retaggio della storia passata. Lei cosa pensa?
È vero. È una questione molto difficile e lo è dal punto di vista della mentalità. In molti Paesi la storia passata è fortemente presente, probabilmente più presente rispetto ai Paesi dell’Europa occidentale. Molte volte è difficile trovare soluzioni ai più importanti problemi e uno di questi problemi è stato quello di dare un nome alla Macedonia. È una questione rimasta aperta per 30 anni, e se si trova una soluzione, io ne sono molto grato. Ci sono giovani che negli ultimi 30 anni sono cresciuti senza sapere come potersi chiamare. Cioè, loro sanno come chiamarsi, ma non possono farlo con il loro vero nome sul passaporto. È importante quindi uscire da questo impasse e risolvere questa questione tra Macedonia e Grecia.

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