Emergenza Neet. Rosina (Ist. Toniolo), per riaccenderli servono alleanze e misure di prossimità ma la scuola coniughi l’imparare con il saper fare

In Italia i Neet sono 2,2 milioni, il 24% dei coetanei, contro il 14% della media Ue. Per il demografo Alessandro Rosina è un capitale umano sprecato, tra debolezze della formazione scolastica e scarse opportunità offerte dal sistema produttivo. Servono alleanze sul territorio in grado di scovarli e riattivarli

Una generazione “bloccata”, spesso scoraggiata e rassegnata, a rischio scivolamento in un circolo vizioso senza uscita. Nel nostro Paese sono 2,2 milioni i Neet (Not in Education, Employment or Training) – acronimo inglese che indica i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in cerca di occupazione -; il 24% dei coetanei italiani, contro il 14% della media Ue. Una percentuale scesa lievemente al 22% nella prima metà del 2017, ma che presenta punte superiori alla media europea anche in regioni tradizionalmente efficienti come la Lombardia che registra il 16,9% di Neet, 239mila. Ne abbiamo parlato con Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore scientifico del Rapporto Giovani promosso dall’Istituto Toniolo.

Professore, come si spiega questi dati?
Anzitutto con l’inefficienza dell’intero percorso di transizione scuola-lavoro, momento chiave all’interno della più generale transizione allo stato adulto, ma anche con la fragilità e l’inadeguatezza della formazione, degli strumenti di incontro domanda-offerta di lavoro, con i limiti del sistema produttivo.Come vengono formati i nostri giovani? Di quali strumenti per un’adeguata collocazione nel mondo del lavoro vengono dotati? Come valorizziamo il loro potenziale? È urgente porsi queste domande.

Il nostro Paese registra ancora alti tassi di dispersione scolastica…
Sì, più elevati rispetto alla media europea. In Italia gli early school leavers che abbandonano lo studio prima di concludere la scuola secondaria superiore sono l’11,8% delle ragazze, contro il 9,5 delle coetanee europee, e addirittura il 17,5% dei maschi contro il 12,4% degli omologhi europei.

Come mai la percentuale è più alta nei ragazzi?
I maschi – stiamo parlando di contesti svantaggiati in cui manca un forte supporto familiare – hanno una maggiore predisposizione a “distrarsi” e a perdere la presa con il percorso formativo; le ragazze sono generalmente più mature, motivate e concentrate.

Che cosa intende per fragilità del sistema formativo?
Il nostro sistema è basato più sulle nozioni che sulle competenze spendibili nel mondo del lavoro, non insegna a saper fare. Rispetto ad altri sistemi europei non consente ai ragazzi di mettersi fattivamente alla prova, di uscire dalla teoria e mettere le mani in pasta.

Occorre invece coniugare imparare con saper fare.

È inoltre carente sulle competenze trasversali.

Ossia?
Le life-skills così apprezzate e indispensabili nel mondo del lavoro (ma anche nella vita): capacità di prendere un impegno, di mettersi in gioco, di essere intraprendente, di lavorare in squadra, di risolvere i problemi, di progettare il futuro. Nei percorsi formativi di altri Paesi vengono molto più irrobustite che da noi. E i nostri giovani sono consapevoli di essere “deboli” in questo ambito.

Una formazione più solida e adeguata al mondo del lavoro non è sfida da poco…
Il sistema formativo deve mettersi in dialogo con i servizi per l’orientamento e l’impiego e naturalmente con il mercato del lavoro.Solo un terzo dei nostri giovani tra i 20 e i 35 anni sostiene che la scuola gli è stata utile per capire il funzionamento del mondo del lavoro. Anche perché in tempi di quarta rivoluzione industriale e di scenari e figure professionali in rapido cambiamento, una buona formazione significa anche grande flessibilità e volontà e capacità di aggiornamento continuo.

I giovani devono diventare soggetti attivi di un mondo in continuo cambiamento mentre più si rimane nella condizione di Neet, più questa rischia di diventare irreversibile.

L’alternanza scuola-lavoro sta dando buoni frutti?
Non basta buttare i ragazzi in acqua e lasciarli annaspare. Bisogna insegnare loro a nuotare bene. L’alternanza è stata avviata in modo improvvisato, sta via via migliorando ma manca una struttura sistemica. Manca una valutazione preventiva e personalizzata delle competenze da cui partire, che individui fragilità e debolezze degli studenti, e successivamente un bilancio del percorso di crescita compiuto e delle fragilità rimaste sulle quali lavorare. Se venisse utilizzata bene avrebbe un immenso potenziale.

Il suo bilancio su Garanzia giovani?
Non è stato un fallimento ma a tre anni dall’avvio abbiamo ancora il 22% dei Neet. È riuscita ad intercettarne 1.300 mila ma ad attivarne solo poco più di mezzo milione. Sono rimasti fuori i più svantaggiati e sfiduciati. La riduzione dai 2,5 milioni di fine 2013 ai 2,2 di fine 2016 è un risultato insoddisfacente.

Quale potrebbe essere allora la risposta?

Servono politiche capaci di scovarli per tirarli fuori dalla loro condizione e riaccenderli, misure di prossimità.

Alleanze pubblico–privato, istituzioni-famiglie, scuola-aziende consentirebbero di intercettarli. Sul modello del programma Neetwork promosso dalla Fondazione Cariplo e avviato nel 2015 in Lombardia. Grazie al contributo di oltre 240 organizzazioni non profit lombarde il progetto è andato a cercare sul territorio i ragazzi più vulnerabili utilizzando anche i linguaggi dei social network offrendo loro tirocini remunerati di 4 – 6 mesi. Una misura di prossimità territoriale e di linguaggio che si è mostrata capace di intercettarli e ha avuto buone risposte. Si tratta di un percorso personalizzato di vero accompagnamento verso l’autoconsapevolezza e la ripresa in mano del proprio progetto di vita. Un modello potenzialmente esportabile, naturalmente da calibrare di volta in volta in base ai ragazzi che ci si trova di fronte.

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