Migranti e legge Zampa, chi sono i minori non accompagnati che arrivano in Italia

Fondamentale nel sistema di accoglienza è il ruolo di supporto che possono giocare le famiglie e tutto un network sociale che può sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita e di integrazione, parallelo ai centri di accoglienza, da cui spesso sono tentati di fuggire perché troppo affollati o non rispondenti alle loro attese e quindi un nuovo viaggio che ha per meta altri Paesi europei diventa il nuovo obiettivo

foto SIR/Marco Calvarese

Nella borsa gialla di Ahmed ci sono due T-shirt, un paio di jeans, delle calze e della biancheria intima. Ogni giorno lascia il centro di accoglienza per minori e si dirige deciso verso la piazza principale di Vittoria, una città della Sicilia, che ha accolto tanti immigrati sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo. Ahmed si guarda intorno totalmente smarrito, e talvolta scoppia a piangere. I genitori gli hanno detto di fuggire dal centro per minori e di chiamare il numero che avevano scritto sul colletto della sua inseparabile camicia: è il telefono di un trafficante. Per alcuni giorni ha cercato di portare a termine il compito impartito dai genitori ma alla fine si è arreso all’insuccesso. Ahmed è troppo giovane per vivere da adulto, ha 8 anni. I suoi genitori lo avevano imbarcato in un porto egiziano sperando che, arrivato in Italia, il bambino trovasse un lavoro attraverso questa rete illegale di trafficanti e inviasse soldi a casa.

Kubra, invece, viene dal Niger. Sua madre è morta quando lei era appena dodicenne e il patrigno l’ha spedita in Europa per far soldi in tutti i modi possibili. Kubra ha capito che sarebbe diventata una delle tante bambine vittime della tratta da avviare alla prostituzione. È riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini e ora vive a Roma. Ogni giorno si alza alle 4 del mattino per pulire uffici e case e mantenersi una camera. Il suo sogno è diventare infermiera e Flavia Cerino, avvocato presso il foro di Roma e di Catania, lo sta aiutando a farlo diventare una realtà. Kubra ha frequentato la scuola, ha ricevuto il diploma di scuola dell’obbligo e con grande tenacia cerca corsi che accompagnino il suo sogno alla meta. Intanto i rapporti con il patrigno sono stati troncati. Le telefonate erano un biasimo continuo perché la povertà della famiglia ha una sola causa: Kubra.
L’avvocato Cerino è tutore legale di decine di ragazzi attraccati sulle coste italiane e anche Ahmed e Kubra sono iscritti nella lista dei 64mila minori non accompagnati arrivati ​​nel nostro Paese negli ultimi tre anni. Al 30 novembre erano stati registrati solo 18.508, secondo i dati del Ministero del lavoro; e di questi solo il 4,1% è stato dato in affidamento, mentre il 3,9% è ancora in attesa di collocamento e il 92% è stato assegnato a strutture di accoglienza per minori non accompagnati. Dove sono andati a finire tutti gli altri? “Alcuni sono diventati maggiorenni – ci spiega l’avvocato Flavia Cerino – altri invece sono diventati immigrati illegali o vittime della tratta di esseri umani, della prostituzione, della criminalità, del traffico di organi ecc.”.

Le radici della legge Zampa, approvata all’unanimità dal Parlamento italiano lo scorso 29 marzo 2017, affondano nella volontà di proteggere i minori non accompagnati dagli abusi e dalla scomparsa. Dietro ciascuno di quegli articoli c’è anche il lavoro di decina di agenzie dell’Onu e di organizzazioni non governative che per due anni hanno condotto una campagna sul tema.

“Questa legge sistematizza molte norme riguardanti l’accoglienza e la protezione dei minori non accompagnati – continua l’avvocato Cerino -. Il principio guida è che ogni decisione presa dalla pubblica amministrazione, dal sistema giudiziario e dalle istituzioni private venga effettuata nel ‘superiore interesse del minore’. E questo interesse deve essere perseguito seguito in ogni ambito della sua crescita personale e umana, sia nelle cure mediche, che nella frequenza di una scuola, che nell’assistenza legale alla delicata transizione all’età adulta”. Alcuni articoli contenuti nella legge fanno riferimento alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il trattato delle Nazioni Unite ratificato nel 1989 da 194 Paesi, ad eccezione di Somalia, Sud Sudan e Stati Uniti. Altri nodi cruciali della legge Zampa, secondo l’avvocato Cerino sono l’istituzione della figura del tutore volontario, garante dei diritti e doveri del minore, e la creazione di una cartella sociale, depositata presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dove sono raccolte tutte le informazioni relative al minore.

Fondamentale nel sistema di accoglienza è il ruolo di supporto che possono giocare le famiglie e tutto un network sociale che può sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita e di integrazione, parallelo ai centri di accoglienza, da cui spesso sono tentati di fuggire perché troppo affollati o non rispondenti alle loro attese e quindi un nuovo viaggio che ha per meta altri Paesi europei diventa il nuovo obiettivo.

“All’integrazione di un minore contribuiscono la scuola, i servizi sociali, la sanità, le società sportive, il volontariato culturale e musicale – prosegue l’avvocato Cerino. Una rete dove i ragazzi possono condividere le loro esperienze, ma anche le loro tradizioni culinarie, i canti, le danze e superare in questo modo i tanti traumi subiti”.

È questo il compito che si è prefissato “Fare sistema oltre l’accoglienza”, un network di famiglie, aziende, associazioni e istituzioni che opera a livello nazionale proprio per favorire l’integrazione di questi bambini e ragazzi. Anna Granata, ricercatrice universitaria presso l’Università di Torino, è una delle ideatrici del progetto e ogni fine settimana, nella sua casa ospita un minore di origine africana: “Abbiamo iniziato la nostra rete con 15 famiglie che hanno ospitato per una vacanza i minori non accompagnati, che vivevano nei centri di accoglienza a Milano e in Sicilia. La paura e la sfiducia da entrambe le parti si sono dissolte non appena i ragazzi sono arrivati. Si sono dimostrati subito molto educati, ma hanno tutti alle spalle storie difficili e un grande desiderio di redenzione. Appena messo piede in casa hanno iniziato a fare le pulizie, a stirare le camicie e a prendersi cura dei bambini più piccoli della famiglia”.

Non tutto è facile. Ricorda quando ad uno dei ragazzi è stata diagnosticata la tubercolosi e tutta la famiglia affidataria, alcuni dei loro amici e altri membri della comunità parrocchiale che erano venuti in contatto con questo minori sono dovuti correre in ospedale per un checkup. Alla fine tutto si è risolto per il meglio e le famiglie non hanno desistito nel loro desiderio di accogliere, perché “questi ragazzi stanno cercando le parole giuste per esprimere il male che hanno sopportato e di cui sono stati testimoni e servono luoghi dove possono dirlo”. La vacanza per alcuni di questi minori si è trasformata in accoglienza definitiva e per altri in uno stage in un’azienda. “Questo se volessimo dire è un modello di accoglienza ‘all’italiana’, dove l’obiettivo è offrire una casa, una famiglia, un lavoro che contribuisca all’integrazione”, conclude la ricercatrice torinese.

Ma perché le famiglie dovrebbero scegliere di essere tutori legali gratuiti, assumendosi gli oneri per un ragazzo o una ragazza sconosciuti? L’avvocato Cerino, che insegna ai corsi di formazione per nuovi tutori sponsorizzati dal Garante per l’infanzia, spiega che “la scelta di essere un tutore non vuole dimostrare che gli italiani sono più bravi e più buoni di altri, ma come cittadini vogliamo condividere le responsabilità del nostro paese. Guardando il numero di minori migranti arrivati, non vogliamo lasciare il nostro governo da solo, ma vogliamo affrontare queste sfide offrendo un nostro contributo”. Un contributo della società civile che si affianca alle nuove norme di tutela del minore.

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