Solo un’economia in gran salute potrà reggere le riforme annunciate dal Governo

L’Italia è una grande incognita. La campagna elettorale molto centrata sui temi dell’economia impone ora che venga data soddisfazione all’elettorato: riforma della legge Fornero, flat tax e reddito di cittadinanza. Senza passare dai rincari obbligati dell’Iva. Ognuno basta e avanza per destare qualche preoccupazione sui conti pubblici. C’è un appuntamento già fissato ed è la revisione (o conferma del Def), passaggio obbligato per capire se i conti quadrano o se sarà necessario intervenire

(Foto: AFP/SIR)

Prendiamo due dati e teniamoli a memoria per i prossimi mesi. A dicembre gli occupati erano 23 milioni e 20mila. Ad aprile erano a 23 milioni e 200 mila. Nel totale vengono aggregate più componenti (che l’Istat, istituito di statistica, spiega nel dettaglio); il totale del lavoro determinato (2.973mila) e indeterminato. Il dato sulla quantità e qualità dell’occupazione sarà fra i più seguiti perché, più che le performance dei listini di Borsa, conterà la creazione di imprese e di nuovo lavoro. Da abbattere c’è il 33,1% di disoccupazione giovanile. L’11,2% di disoccupazione complessiva ci pone al terzultimo posto nell’area euro seguiti da Spagna (15,9) e Grecia (20,8).
Lo sa benissimo il nuovo governo guidato da Giuseppe Conte che si ripromette di avviare una fase di espansione dell’economia che possa equilibrare le maggiori prevedibili uscite della spesa pubblica.

Senza uno sprint nei prossimi mesi molte idee del nuovo esecutivo non troverebbero risorse.

La bacchetta magica non esiste e in particolare il vicepremier Luigi Di Maio, responsabile del ministero per lo Sviluppo e il Lavoro, potrà monitorare da vicino l’evoluzione delle assunzioni. Serve un’accelerazione forte proprio nel momento in cui cambiano i conducenti dell’autobus Italia, premiati per una campagna elettorale di grandi promesse.
Non è facile prevedere l’evoluzione dell’economia nazionale che si intreccia con l’economia internazionale, il ballo delle valute, gli strappi sulle materie prime, il clima commerciale (vedi lo scontro sui dazi che potrebbe ridurre dell’1% la crescita del pil globale), la fiducia dei consumatori e delle imprese, le tensioni geopolitiche e qualche volta il terrorismo. Non a caso le stime vengono costantemente aggiornate per tener conto di ogni variabile.
Quali sono quindi le previsioni per il 2018, quelle che non possono ancora incorporare le scelte del nuovo governo, l’effetto dazi e il rialzo dei tassi di interesse in corso oltreoceano e prossimo in Europa? Nel Documento economico finanziario (Def) scritto dal governo uscente Gentiloni i target da raggiungere sono moderati: per il 2018 un Pil (Prodotto Interno lordo, cioè il valore il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese) dell’1,5% e un rapporto debito pubblico/Pil al 130,8%.

I numeri sono aridi e non esprimono quanta attesa ci sia per un posto di lavoro, magari il primo impiego o il ritorno all’attività dopo un’esclusione. Per avviare una fase di fiducia, un progetto di vita che ha bisogno di un punto di appoggio economico che non sia la famiglia d’origine.

In attesa dei dati mensili e, più avanti, della fotografia di metà 2018, in Europa e in Italia si avverte una maggiore prudenza. In Germania (Pil 2018 stimato al +2,3%) c’è incertezza sull’esito della battaglia diplomatica sui dazi. Per l’intera Eurozona sarà difficile raggiungere il +2,7% stimato per il 2018 (altro dato da memorizzare e da verificare).
L’Italia è una grande incognita. La campagna elettorale molto centrata sui temi dell’economia impone ora che venga data soddisfazione all’elettorato: riforma della legge Fornero, flat tax e reddito di cittadinanza. Senza passare dai rincari obbligati dell’Iva. Ognuno basta e avanza per destare qualche preoccupazione sui conti pubblici. C’è un appuntamento già fissato ed è la revisione (o conferma del Def), passaggio obbligato per capire se i conti quadrano o se sarà necessario intervenire. Appuntamento a settembre ha ricordato il neo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, “L’obiettivo – ha dichiarato al Corriere della Sera – è la crescita e l’occupazione, ma non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending. Abbiamo un programma imperniato su riforme strutturali e vogliamo che agisca anche da lato dell’offerta, creando condizioni più favorevoli all’investimento e all’occupazione. Nella nota di aggiornamento del Def vi invito a non guardare solo i conti ma anche al piano nazionale di riforme”

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