Vescovi coreani: la vita umana deve essere rispettata. E il governo chiede scusa

Colloquio di chiarimento e scuse presentate. Finisce così l'incidente "diplomatico" del governo coreano con la Chiesa cattolica dopo aver erroneamente utilizzato una frase di papa Francesco per giustificare la decisione di riaprire nel Paese un dibattito per legalizzare l'aborto.

Membri del governo sud-coreano sono andati personalmente nella diocesi dove è vescovo il presidente della Commissione etica della Conferenza episcopale coreana ed hanno chiesto scusa. Si è concluso così l’incidente “diplomatico” tra il governo e la Chiesa cattolica che, da una settimana, sta interessando l’opinione pubblica. Tutto è cominciato domenica scorsa, quando il segretario del presidente per gli Affari civili, per sostenere la decisione del governo di avviare una revisione della legge anti-aborto in vigore nel Paese, ha affermato che in una lunga intervista rilasciata nel settembre del 2013 a “La Civiltà Cattolica”, papa Francesco ha detto che “dobbiamo trovare un nuovo equilibrio” sulla questione, sottointendendo che la Chiesa cattolica ha cambiato la sua posizione sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Immediata è stata la reazione e, quindi, la rettifica dei vescovi coreani. Il governo, si legge in una dichiarazione pubblicata lunedì scorso,

“ha astutamente sorvolato sulla verità”

per avvalorare la sua intenzione di rivedere la legge. Estrapolando una frase dall’intervista a “La Civiltà Cattolica”, il governo ha fatto intendere che “papa Francesco avesse tale posizione sull’aborto e suggerisse un cambiamento. È un modo intelligente per indurre il pubblico a pensare che la Chiesa cattolica è in grado di discutere positivamente sull’abolizione del crimine dell’aborto man mano che la società sviluppa. La Chiesa cattolica in Corea respinge categoricamente questa interpretazione e sollecita una correzione dei fatti. La Chiesa, ancora una volta, chiarisce che l’aborto è un infanticidio, che uccide una vita umana e che la vita del feto non può essere violata in alcuna circostanza”.

Il governo ha incassato la reazione dei vescovi e due giorni fa, Cho Kuk in persona, insieme al portavoce del governo, Park Suhyun, si sono personalmente recati a Suwon dove è vescovo monsignor Mathias Lee Yong-Hoon, presidente della Commissione di bioetica della Conferenza episcopale coreana, per un colloquio chiarificatore. “Abbiamo parlato della frase citata di papa Francesco e di quanto l’interpretazione riportata sia abbastanza fuorviante”, ha detto il vescovo al termine dell’incontro. “Penso che la Casa blu (palazzo presidenziale, ndr.) abbia riconosciuto l’errore e abbia espresso rammarico. La questione è chiusa”.

La petizione dei vescovi. Se la questione papa Francesco è chiusa non così lo è l’iter che il governo ha deciso comunque di avviare per legalizzare l’aborto in Corea. I vescovi non demordono e annunciano l’avvio di una campagna contro la legalizzazione dopo che la Corte costituzionale ha dato il suo via libera per una revisione della legge. Nel 2012, la Corte aveva confermato la legge anti-aborto affermando che i feti erano “vite indipendenti” e che, proprio come ogni altra persona, hanno il diritto di vivere. Affermava anche che “il diritto all’autodeterminazione della donna non poteva avere più valore del diritto alla vita del feto e che era interesse pubblico proteggere il feto”.

L’aborto è illegale in Corea dal 1953, quando i leader del Paese volevano aumentare la popolazione per costruire un esercito abbastanza potente per respingere la rivale Corea del Nord. Ma nel 1973, con una crescita demografica forte, il Paese ha formulato una serie di eccezioni alla legge, citando espressamente i casi di stupro, gravi infermità nel feto e grave pericolo per la salute della donna. La legge attuale comporta una pena fino a un anno di carcere o una multa massima di 2 milioni di won (pari a 1.850 dollari) per una donna che ha abortito.

Domenica scorsa, l’ufficio del presidente della Corea del Sud ha annunciato che inizierà una revisione della legge.

L’annuncio è arrivato dopo che più di 230.000 sudcoreani hanno presentato una petizione per chiedere l’abolizione della legge.

Ferma la posizione della Conferenza episcopale coreana che, oltre a lanciare una petizione, ha pubblicato una dichiarazione in cui esprime preoccupazione, dicendo che “il diritto di un essere umano a vivere non deve essere violato dall’egoismo di un altro essere umano” e chiarendo che la Chiesa cattolica si oppone a tutte le forme di procedure di aborto in quanto ritiene che “la vita umana deve essere rispettata e protetta dal suo concepimento. Dal primo momento della sua esistenza, un essere umano deve essere riconosciuto come avente i diritti di una persona – tra cui il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita”.

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