La Chiesa statunitense vicina ai migranti: contribuiscono all’economia e alla crescita del Paese

Dal 2010 ad oggi, 3.6 milioni di migranti sono diventati cittadini americani, ma per potersi riunire ad un membro della loro famiglia, ancora residente nel Paese di origine, spesso trascorrono anche dieci anni e questo nonostante contribuiscano alle tasse e alle prosperità della nazione. È stato calcolato che solo gli immigrati irregolari negli Usa hanno pagato tasse per 11.64 miliardi di dollari e hanno acquistato o affittato case pagando con puntualità

(da New York) Alle espressioni choc del presidente Donald Trump sui migranti, la comunità ecclesiale Usa risponde con i fatti, con i numeri e con le storie delle persone, che pur provenendo da altri Paesi stanno costruendo il presente e il futuro degli Stati Uniti. La Settimana delle migrazioni che si concluderà il 14 gennaio si è prefissa come obiettivo l’incontro e il racconto “face to face” con chi ha rischiato la vita, ha sofferto, ha sfidato anche la legge pur di offrire una possibilità a se stessi e ai propri figli con una tenacia e una resilienza che neppure le minacce presidenziali sono in grado di arginare.

Sal Carranza, oggi direttore del dicastero per i cattolici ispanici nella diocesi di Boise, in Idaho, è figlio di una coppia di messicani che per un decennio hanno fatto la spola tra il Messico e gli Usa per lavorare nelle fattorie. Anche Sal giovanissimo vi trascorreva la sua giornata dando da mangiare ai vitelli e pulendo stalle. Poi negli anni Novanta la decisione ultima è stata quella di stabilirsi negli Stati Uniti.

“Nella nostra città di origine, i miei genitori vedevano persone sparire nel nulla e senza una ragione, molti erano vittime di violenze e tanti sfidavano quotidianamente la fame. Hanno voluto offrirci un’opportunità emigrando”.

Sal ha tre figli e la moglie, ora cittadina statunitense, qualche anno fa è stata deportata perché senza documenti. Proprio la deportazione è una delle possibilità che terrorizza questi nuovi stranieri perché comporta la separazione da figli nati su territorio americano e quindi già cittadini. “Essere immigrato significa portare su di sé una maledizione – continua Sal – ed invece ognuno di noi ha una storia da raccontare, che nessuno osa chiederci perché, in fondo, siamo dei sopravvissuti e non tutti sono disposti a confrontarsi con il nostro dolore. Ecco perché ho scelto di lavorare con i migranti: io non ho paura di quel dolore perché l’ho vissuto”.

“Da aprile ad ottobre i miei genitori venivano negli Usa per raccogliere frutta e verdura e io li seguivo anche se avevo solo 8 anni”. Racconta così il suo arrivo negli States, Yolanda Castillo, insegnante e preside di una scuola di Corpus Christi in Texas lavora con 900 bambini, figli di 500 famiglie immigrate. “I genitori non rifiutano nessun lavoro e non rubano lavori agli statunitensi. Vogliono solo un’opportunità, come la volevano i miei genitori per noi.

Nel mio Paese non avevamo possibilità di studiare e i miei hanno rischiato tutto trasferendosi negli Usa;

ma mio padre, forte come un acero, sapeva che solo in questa terra di opportunità avremmo avuto un futuro”. Yolanda non nasconde che nei momenti più difficili la fede è stata “la luce che ha illuminato il mio buio e mi ha donato ispirazione e resilienza”. Quando i numeri delle migrazioni assumono volti umani, anche i sentimenti più violenti e le perplessità prendono altre direzioni ed è anche per questo che la Chiesa accanto ad una riforma di una politica migratoria obsoleta, incoraggia gli incontri.
Dal 2010 ad oggi, 3.6 milioni di migranti sono diventati cittadini americani, ma per potersi riunire ad un membro della loro famiglia, ancora residente nel Paese di origine, spesso trascorrono anche dieci anni e questo nonostante contribuiscano alle tasse e alle prosperità della nazione. È stato calcolato che solo gli immigrati irregolari negli Usa hanno pagato tasse per 11.64 miliardi di dollari e hanno acquistato o affittato case pagando con puntualità.

I numeri dei rifugiati, invece, si attestano per il 2017 a 53.716. Il Congo, la Siria, l’Iraq e la Somalia sono i Paesi di provenienza del maggior numero di rifugiati. Dall’inizio della guerra in Siria ad oggi, sono 21.027 i siriani accolti in territorio americano. Guardando ai 65,6 milioni di persone migranti censite dall’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati, i numeri Usa sono giudicati insufficienti nel rispondere ad una emergenza umanitaria diffusa e lo sono ancora di più se si guarda alla politica verso i minori non accompagnati che, arrivati alla frontiera da El Salvador, Honduras e Guatemala, vengono rispediti indietro verso un destino di miseria, violenza e rischio di assassinio e questo nonostante un genitore o un parente viva negli States. Solo nel 2016 gli Usa e il Messico hanno rinviato in questi Paesi 216.872 persone e crescente è la pressione americana (anche di tipo economico) sul governo messicano perché blocchi i flussi in arrivo.

La Settimana delle migrazioni ha aperto una riflessione cruda anche sul sistema detentivo nel Paese che di fatto alimenta l’impresa delle carceri: il Congresso ogni anno stanzia 2 miliardi di dollari per mantenere e ampliare le oltre duecento prigioni federali e statali dove il 67% della popolazione carceraria è immigrata.

Il Gao (l’agenzia indipendente per la valutazione della spesa pubblica) ha calcolato che per mantenere una persona in una comunità alternativa al carcere si spendono 10.55 dollari al giorno a fronte dei 164 usati per mantenerla in cella. Un capitolo a parte merita la tratta di essere umani che ogni anno tra prostituzione e lavoro nero coinvolge oltre 175mila persone. A conclusione di questi giorni di riflessione e incontri i vescovi hanno proposto di inviare lettere e petizioni ai giornali per sottolineare le notizie socialmente rilevanti sui migranti e anche ai senatori e ai deputati perché, valutando l’apporto reale dei migranti all’economia e alla crescita del Paese, si impegnino a promuovere una legislazione attenta alla dignità delle persone e delle loro famiglie.

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