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Cristiani a Suez. Dalle ceneri della chiesa latina attaccata dai radicalisti riparte il dialogo

Dal Cairo, padre Gabriel Bekhit, francescano della Provincia “Sacra Famiglia d’Egitto”, rievoca l'attacco dei radicalisti islamici alla sua parrocchia del 14 agosto 2013. Chiesa, scuola e convento distrutti e bruciati. Ma da quella cenere è rinata la fede dei 100 parrocchiani e gesti di dialogo con i musulmani. Oggi il frate dice: "ringrazio Dio per questo attentato. Dal male il Signore ha fatto scaturire il bene".

Padre Gabriel Bekhit, parroco della parrocchia latina di Suez

“Era il 14 agosto del 2013. Alcuni sostenitori del presidente egiziano Mohamed Morsi attaccarono la nostra chiesa latina dedicata all’Immacolata Concezione di Suez, bruciando e distruggendo mobilio, arredi liturgici e libri sacri, decapitando le statue dei santi che erano al suo interno. Non paghi della devastazione sfogarono la loro violenza anche contro il nostro convento e la vicina scuola”. Oggi sorride padre Gabriel Bekhit, 48enne francescano della Provincia “Sacra Famiglia d’Egitto” quando rievoca il “dies horribilis” delle chiese cristiane d’Egitto. In quel giorno, infatti, e in quelli successivi, almeno 60 tra chiese, scuole, istituzioni, case e negozi di cristiani vennero saccheggiate e bruciate dai Fratelli musulmani e dai sostenitori dell’ex presidente egiziano, Morsi, deposto dall’Esercito un mese e mezzo prima (3 luglio). Un’ondata di devastante violenza che provocò in tutto il Paese centinaia di morti e migliaia di feriti. Anche a Suez, città a 300 km dal Cairo, all’imbocco dell’omonimo canale.

Seduto su una poltrona nel seminario francescano, al Cairo, il frate racconta a una delegazione di Aiuto alla Chiesa che soffre – Italia, guidata dal suo direttore Alessandro Monteduro, quei momenti concitati. “Quel giorno mi trovavo fuori città e solo a mezzogiorno riuscii a rientrare e a raggiungere la chiesa e la scuola. All’esterno c’era la carcassa di un carro armato dell’esercito bruciato dai manifestanti. Provai ad andare verso la chiesa in fiamme senza riuscirvi. Per evitare di essere riconosciuto, e a mia volta attaccato, mi tolsi anche il saio. Ma avvicinarsi alla chiesa era davvero troppo pericoloso e dovetti desistere.

Mentre ero lì vidi la polizia che catturava tre terroristi e li portava via.

A quel punto restava solo la triste conta dei danni e pensare a come restare vicino alla nostra gente. Un piccolo gregge di solo 100 fedeli”. I mesi successivi all’attacco hanno visto il religioso dormire con diversi parrocchiani nel convento “senza porte e finestre”. I lavori di ricostruzione sono durati meno di un anno “grazie all’impegno dell’Esercito”, precisa padre Gabriel. Ma non tutto è stato restaurato. Icona della distruzione di quei giorni, oggi, resta una statua di sant’Antonio “decapitata dai radicalisti islamici e priva di braccia. L’abbiamo lasciata volutamente così per ricordare quanto accaduto”.

“Ringrazio Dio per questo attentato perché dopo la distruzione c’è stata la rinascita della fede della nostra piccola comunità cattolica e di noi frati.

Morire per rinascere. Nonostante tanta violenza sentivamo una forza dall’alto che ci sosteneva e che ci permetteva di stare lì in mezzo alla nostra gente. Perché – ribadisce con voce ferma il frate – noi siamo tutti egiziani. Sono nati gesti nuovi di dialogo con i musulmani.

Dal male il Signore ha fatto scaturire il bene.

Oggi la chiesa è stracolma di fedeli”. E tra rafforzate misure di sicurezza garantite giorno e notte da Esercito e Polizia, la vita della comunità ecclesiale della parrocchia latina di Suez continua senza sosta anche perché, dice padre Gabriel,

“le nostre condizioni sono migliorate rispetto a molti anni fa. L’atteggiamento verso noi cristiani sta mutando, non è più violento come in passato”.

E la dichiarazione di guerra lanciata ai cristiani dallo Stato islamico? “Non ci preoccupa – risponde il francescano –. Noi continuiamo a dare testimonianza di bene e di perdono, servendo tutti coloro che hanno bisogno e fornendo soprattutto istruzione nel nostro istituto”. “Scuola, formazione, educazione” sono parole quasi magiche per il parroco e sono le armi giuste con cui affrontare la sfida del terrorismo e del radicalismo. In fondo san Francesco ammansì il lupo di Gubbio, come si legge nei “Fioretti” di Tommaso da Celano: “Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona… Hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio… Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più”.

Rispetto e convivenza. “Ciò che conta – aggiunge padre Gabriel – è insegnare, educare alla convivenza e al rispetto per contrastare il linguaggio spesso violento che si accompagna allo studio in diverse scuole coraniche. A Suez – rivela – ci sono tanti radicalisti islamici, molti dei quali mandano i loro figli nella nostra scuola, dove ci sono oltre mille studenti, l’80% dei quali musulmani.

Mandano da noi i loro figli ma poi si rifiutano di stringerci la mano”.

Ma il frate e i suoi parrocchiani vanno avanti senza paura così come fece Francesco quando andò “inverso il luogo dove era il lupo”. In questo caso verso la sede dei salafiti che è, dice il frate, “proprio davanti la chiesa. I salafiti non hanno mai accettato la presenza dei frati a Suez. Da parte nostra cerchiamo di intrattenere relazioni amichevoli e rispettose con tutti”. E dopo un inizio abbastanza difficile qualche frutto del dialogo sembra maturare. “L’atmosfera è migliorata. Ci scambiamo gli auguri per il Ramadan e per le nostre feste cristiane. A Natale i negozianti islamici della zona hanno offerto bibite e dolci a tutta la parrocchia”. Non era mai accaduto prima di quel 14 agosto 2013.

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