Vivere oggi da “Ragazzi del ’99”

Come la vittoria del primo conflitto mondiale si raggiunse grazie al contributo decisivo dei diciottenni degli inizi del Novecento, così dobbiamo aver fiducia che un contributo altrettanto decisivo per una società e una politica migliori verrà proprio – magari in modo inatteso e sorprendente – dai diciottenni del Nuovo Millennio

Cento anni fa con la battaglia di Vittorio Veneto si concludeva la prima guerra mondiale. Senza voler fare della facile retorica, va riconosciuto che protagonisti indiscussi di quella vittoria furono i fanti nati l’ultimo anno dell’Ottocento, i cosiddetti “ragazzi del ’99”, che diedero prova di una capacità di abnegazione e di sacrificio del tutto sorprendenti. All’ultimo anno del liceo scientifico, anche Beatrice è una “ragazza del ’99”, nata però cento anni dopo quei coetanei che – vuoi per obbligo, vuoi per scelta – salvarono l’Italia dal baratro. Suona il violino, ha delle esperienze di volontariato internazionale alle spalle e cerca di informarsi sulle vicende politiche del suo Paese. Da un po’ di tempo però nota affiorare e diffondersi una crescente disaffezione per la politica: proprio adesso che si avvicina la sua prima chiamata elettorale. Come mai? Forse perché tra coetanei si percepisce un clima di apatia e di indifferenza a riguardo dei temi attinenti alla politica, che non stimola certo il desiderio di informarsi: persino il telegiornale o il giornale radio è snobbato e risulta noioso a molti giovani. Inoltre la propria nazione – l’Italia – non è più sentita come fonte di identità o come qualcosa di centrale per la propria vita, anche a motivo di una visione “aperta” della società: “Ci sentiamo piuttosto cittadini del mondo che non di un singolo Paese”. A questo senso di appartenenza allargata contribuiscono in modo significativo i social, che “ti fanno sentire in rete con persone molto distanti fisicamente”.

Se da un lato internet ti permette di collegarti virtualmente col mondo, dall’altro sembra favorire una sorta di distacco dalla società reale in cui vivi. Un altro motivo del disincanto dei ragazzi del ’99 sembra provenire dalla politica stessa che non pare all’altezza del suo obiettivo: al netto di qualsiasi generalizzazione, i politici appaiono più motivati da interessi privati che dal bene dell’intera società: il fine proprio di questa antica e virtuosa pratica. Pertanto non resta che ripiegare sul privato, vale a dire investire le proprie energie e il proprio tempo sui propri interessi e sui propri obiettivi: siano quelli della scuola, dello sport o anche del divertimento inteso come pura distrazione… In verità c’è anche il desiderio di incidere e di lasciare un segno nella società: “Ognuno vorrebbe affermare il proprio pensiero ed essere seguito da molti”. Ma lo fa prevalentemente sui social, cioè nel mondo virtuale, non in quello reale: “È come se non si volesse mettere la propria faccia in quello che si vorrebbe fare e ci si aspettasse che qualcun altro prenda l’iniziativa e agisca al posto nostro”.

Pensando ai ragazzi del 1899 e ai drammi che hanno vissuto sulla propria pelle, vien da dire che un certo benessere di cui si è goduto in questi ultimi anni non ha stimolato – come ci si poteva aspettare – la passione e l’impegno per la costruzione di una società migliore. Ci si è un po’ seduti, pigramente, sulle proprie fatiche e debolezze. L’allentamento della tensione per la trasformazione del proprio Paese però ha anche altre ragioni, che vanno oltre i giovani di oggi e che sono legate al mondo lasciato loro dagli adulti. Ad esempio, il ritornello che di continuo è ripetuto secondo il quale “il futuro sarà precario e incerto” li ha convinti che sarà proprio così: il domani non solo sarà instabile, ma sarà anche caratterizzato da tensioni competitive e da una concorrenza all’ultimo sangue. Alcuni si stanno preparando al combattimento, altri – più timorosi e spaventati – si stanno attrezzando per sopravvivere, magari rintanandosi e ripiegando nel privatistico, rinunciando in partenza a grandi ideali e a grandi progetti. Che cosa dire allora a questi ragazzi che non hanno dinanzi a sé le rovine della prima guerra mondiale (come i ragazzi del 1899), ma i pezzi scomposti di una società che ha fatto di tutto per “demolire, destrutturare e decostruire” quelli che erano i punti di riferimento del vivere comune: dalla politica, alla famiglia, alla religione? Forse doveva andare necessariamente così, come in un epocale Venerdì santo della società occidentale (e italiana). Ora però si attende la Domenica della Resurrezione. E come la vittoria del primo conflitto mondiale si raggiunse grazie al contributo decisivo dei diciottenni degli inizi del Novecento, così dobbiamo aver fiducia che un contributo altrettanto decisivo per una società e una politica migliori verrà proprio – magari in modo inatteso e sorprendente – dai diciottenni del Nuovo Millennio.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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