Alluvione Sarno, vent’anni dopo: il dovere di ricordare per chi ce l’ha fatta, ma le ferite restano

Il 5 maggio 1998 una valanga di fango travolse Sarno e i comuni limitrofi, uccidendo 160 persone e distruggendo case, scuole, ospedale. Il mensile diocesano "Insieme" ricorda il dramma con un approfondimento in cui si dà voce a chi è sopravvissuto. Tra le altre testimonianze, quelle del vescovo emerito Gioacchino Illiano e del parroco di Episcopio, la frazione più devastata, don Antonio Calabrese. L'attuale vescovo, mons. Giuseppe Giudice, invita a chiedersi se la lezione è stata imparata, anche se a caro prezzo

Centosessanta morti: tante vittime contò, il 5 maggio 1998, una valanga di fango, provocata da una violenta alluvione, che travolse Sarno e i comuni limitrofi. I morti furono 137 a Sarno, 11 a Quindici, 6 a Bracigliano, 5 a Siano, 1 a San Felice a Cancello. Il primo smottamento, nella frazione di Episcopio, a Sarno, ci fu poco dopo le 16. Poi, fino alle 24, tra frane e smottamenti, a Sarno, lungo l’intera dorsale pedemontana che va da Episcopio a Lavorate, la montagna venne giù, seppellendo sotto il fango tutto quello che trovava sulla sua strada. Contemporaneamente, alle 18, un’altra ondata di fango travolse la cittadina di Quindici, sul versante avellinese della montagna. Poco dopo un’altra colata raggiunse i paesi di Siano e Bracigliano, sul versante nord di Sarno. Alla base della tragedia l’incuria nella gestione del territorio e un sistema fognario insufficiente. Dopo cinque processi e un iter durato quasi tre lustri, iniziato con due assoluzioni, poi cancellate dalla Cassazione e ribaltate dal nuovo giudizio d’appello, l’allora sindaco, Gerardo Basile, è stato condannato con sentenza definitiva a cinque anni per disastro colposo. Il mensile diocesano, “Insieme”, in uscita proprio il 5 maggio, dedica un ampio primo piano al ventennale, con le testimonianze di chi allora c’era e non ha potuto né voluto dimenticare.

foto SIR/Marco Calvarese

Il dovere di non dimenticare. A vent’anni dalla calamità, tra gli eventi organizzati per ricordare il disastro, il 5 maggio, l’attuale vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, mons. Giuseppe Giudice, parteciperà, alle ore 10, alla presentazione del libro “‘La Carità’ di Ludovico da Savoia” di Giuseppe Palmisciano, presso il liceo “Tito Lucrezio Caro”. Alle ore 18 il presule presiederà la celebrazione eucaristica presso la concattedrale di San Michele Arcangelo a Episcopio. “Ricordare quest’anno, per Sarno e per tutto l’Agro, nel XX anniversario della frana, diventa un esercizio utile e necessario per non dimenticare, per riflettere ancora, e per verificare il nostro comportamento verso la madre terra, chiedendoci se ne abbiamo appreso la lezione difficile e faticosa. Quando si contano i morti – e tanti! – l’anniversario non può mai essere celebrativo, ma ha il dovere, che nasce proprio dal rispetto per chi ha perso la vita e nella vita tutto, di essere riflessivo, meditativo, orante”, scrive mons. Giudice, su “Insieme”. E spiega anche la scelta di presentare il libro “La Carità” di Ludovico da Casoria nella data dell’anniversario: “Presento un santo del sud per ricordare che solo uomini nuovi, della novità del Vangelo, possono edificare il nostro sud e i nostri sud. Non ci illudiamo, perché senza santità non può esserci vero progresso e civiltà; e ben sappiamo che, nei momenti più bui della storia, i santi come luci si sono accesi nelle nostre città e paesi, indicando ancora la strada giusta e riaccendendo il focolare della speranza”.

L’impegno della Chiesa. “La Chiesa scese immediatamente in campo, offrendo assistenza spirituale e un contributo materiale, in stretta collaborazione con le autorità e la popolazione”. Mons. Gioacchino Illiano, vescovo emerito di Nocera Inferiore-Sarno, ricorda, sulle pagine di “Insieme”, l’impegno immediato della diocesi a favore di chi aveva perso affetti e case con l’alluvione. Tra i ricordi del presule, la celebrazione dei funerali di 95 vittime celebrati il 10 maggio nello stadio comunale. “Tra le bare e quel popolo numeroso che piangeva, in mezzo a tutta quella disperazione scorgo una bara piccolissima, sembrava una scatola bianca delle scarpe. Mi sono dovuto aggrappare al pastorale per non cadere,

è stato un momento terribile”,

racconta. Ma la disperazione non ha preso il sopravvento. L’8 maggio è stato salvato, dopo 72 ore, un giovane che era stato travolto dal fango e rimasto intrappolato in una cantina. Partendo da questo episodio, mons. Illiano durante l’omelia ha incoraggiato: “Dio non ci ha abbandonato”.

Colpo di grazia. Il pomeriggio del 5 maggio 1998 anche il parroco della concattedrale San Michele Arcangelo, don Antonio Calabrese, avvertì rumori strani, mentre alcune persone dalla zona pedemontana si rifugiavano sul terrazzo dell’oratorio. “La chiesa, a Episcopio, è il naturale punto di riferimento – spiega al mensile diocesano il sacerdote -. Così abbiamo aperto le porte e li abbiamo fatti entrare. Verso le 18.30 è arrivato l’ordine di sgomberare la chiesa ma tanti si sono rifiutati di andare via. Così, ci siamo attrezzati con coperte e asciugamani e ci siamo preparati per la notte. Il fango ha invaso piazza Duomo e il muro di recensione è crollato. Eravamo isolati.

Siamo rimasti in chiesa a pregare e a piangere.

Nel frattempo arrivavano notizie su quanto stava accadendo in altre zone di Sarno”. Al mattino, prosegue il parroco, “un elicottero ci preleva dal palazzo vescovile. Nel pomeriggio, accompagnati da vigili urbani, insieme a mons. Illiano, con fatica, facciamo il giro della città. Saliamo dalla frazione di Foce: davanti ai nostri occhi, la tragedia nella sua interezza. I tempi sono difficili, ma l’alluvione ha inferto il colpo di grazia. Prima ad Episcopio c’era vita sociale, religiosa, la gente cresceva e maturava”. Don Antonio, di nuovo alla guida della concattedrale dopo 9 anni, constata: “Al ritorno ho trovato una situazione profondamente cambiata. Basti ricordare che qui c’era una scuola media con il suo dirigente scolastico e ora non c’è più. C’era l’ospedale e molti altri punti di riferimento. Il vescovo veniva ogni giovedì. Adesso le attività chiudono e l’oratorio si svuota”. Sono passati vent’anni, ma le ferite restano.

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