Salute. Tra san Francesco e la Laudato si’. Quando la cura custodisce la vita

"In ogni scelta dobbiamo lasciarci guidare dalla logica della Laudato si’". Non ha dubbi Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi che da oggi promuove la Festa in amicizia 2018

Che cosa c’entrano san Francesco e la Laudato si’ con l’assistenza sanitaria? C’entrano eccome, se quest’ultima viene intesa come cura integrale della persona malata e custodia della vita più fragile e indifesa all’interno di un ambiente dove tutto è interconnesso e dove l’operatore sa farsi davvero prossimo. Un tema caro a Francesca Di Maolo, presidente dell’ Istituto Serafico di Assisi che accoglie e riabilita ragazzi con disabilità psichiche e sensoriali, secondo la quale la salute “è un bene e un diritto fondamentale inviolabile di ciascuna persona”. Oggi si apre nella città umbra l’edizione 2018 della “Festa in amicizia”: tre giorni (fino al 27 maggio) di vivaci iniziative culturali e sociali dedicate ai ragazzi del Serafico e alla popolazione. Tema prescelto, “I colori della vita”. Non a caso, chiosa Di Maolo, “la salute include e sottintende un bene e un diritto ancora più grande: la vita”.

Stretto il legame con l’enciclica di Papa Francesco che già dal sottotitolo, “Sulla cura della casa comune”, pone l’accento sul rapporto ambiente e salute nella prospettiva dell’ecologia integrale, “paradigma capace di tenere insieme molti temi del prendersi cura”, mentre la chiamata alla conversione “parla a tutti noi e al nostro mondo della salute, ma prima di tutto parla all’uomo”. Come si declina questa prospettiva in ambito sanitario? Per Di Maolo deve anzitutto fondarsi sul riconoscimento della dignità umana e porre al centro il principio del bene comune, di tutti. “Per prenderci cura di chi è debole, dovremo necessariamente prenderci cura delle persone che lavorano per lui, che vivono con lui, e dell’ambiente in cui vive”. Un modello che “applicato ad un’organizzazione sanitaria ci obbliga a rivedere tutte le nostre politiche”. “Sarà necessario “porre particolare attenzione ai lavoratori che dovranno sperimentare per primi il prendersi cura, attraverso organizzazioni del lavoro che sappiano conciliare i tempi di vita con i tempi di lavoro, che garantiscano la partecipazione di tutti e la valorizzazione delle persone dei loro valori e interessi”.

Essenziale anche “valutare sempre l’impatto ambientale e sociale delle nostre scelte finanziarie” e fare attenzione “nelle politiche degli acquisti al modo in cui il denaro viene investito”, per non “supportare involontariamente pratiche insostenibili che stanno distruggendo il nostro pianeta ed aumentando povertà e disuguaglianze sociali”.

C’è poi il tema della bellezza degli ambienti perché “non si guarisce in posti sciatti e brutti”. La dimensione della bellezza “esprime il valore che attribuiamo alla persona e che riconosciamo nella sua dignità piena”. Per la presidente del Seraficum

in ogni scelta dobbiamo lasciarci guidare dalla logica della Laudato si’.

Quanto alla cura, essa richiede una relazione che prima ancora degli strumenti, “coinvolga il volto, lo sguardo, le mani” nella consapevolezza che medici, infermieri, tecnici, terapisti, educatori, operatori socio sanitari, cappellani, amministrativi, volontari, cuochi, addetti alle pulizie, nella complementarietà dei ruoli e delle responsabilità, “servono la vita nella sua totalità”. Ed è “nella vita di ogni giorno accanto al malato, al disabile, all’anziano e alle loro famiglie che la dignità di una persona da mera enunciazione può diventare una parola viva”. Ma c’è di più: “nel lavoro di chi cura, valuta, riabilita, educa e sostiene si possono e si devono testimoniare i valori fondanti della nostra società” perché “il prendersi cura non può essere semplicemente diretto a riparare organi e funzioni, ma anche a salvaguardare la relazionalità della persona”. E riportare il più fragile “al centro di una comunità e adoperarsi affinché nessuno sia lasciato alla solitudine e all’abbandono è un obiettivo fondamentale di una società che voglia essere riconosciuta come democratica”.

“Nel modo con il quale operiamo accanto al malato si intessono o si disfano i valori di giustizia, libertà e democrazia. Siamo noi, nel lavoro quotidiano, a fare la differenza”.

Ineludibile il riferimento a san Francesco: il “per” che usa nel Cantico delle creature, l’inno alla vita “più bello che sia stato mai scritto”, non significa “a causa di” ma indica “l’attraversare le creature e il creato per attraversare la sconfinata presenza di Dio”. Una bellezza che non sarebbe nulla se non attraversasse il cuore.

L’ecologia integrale richiede allora una nuova conversione: quella del cuore, che applicata al mondo della salute richiama alla memoria l’abbraccio di Francesco con il lebbroso. “Non un gesto pietistico – chiarisce Di Maolo -, ma un gesto che parte dal cuore. Francesco scende da cavallo, bacia il lebbroso, lo abbraccia” perché il linguaggio della fraternità e della cura “ha bisogno della logica del cuore”. “Nei piccoli gesti quotidiani della cura – conclude – possiamo spezzare la logica dell’egoismo, ma

l’ecologia integrale ci deve portare ad impregnare tutta la società con la cultura della cura”.

Così quest’ultima diventa autentica custodia della vita e non solo della salute.

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